
dopo circa tre anni d'onorato servizio [e neanche uno straccio di laurea] la tesi chiude. Ve lo dico così, senza giri di parole, ché non sopporto quelli che di colpo non si fanno più vedere o peggio che cancellano il blog senza dir nulla.


L’uomo non può permettersi di lasciare le cose così come stanno. Deve sempre apportare il proprio intervento. Chiaro, tempestivo, riconoscibile. In tal modo egli proclama la propria supremazia sul resto del mondo: applicando se stesso anche laddove, per convenzione o per natura, non gli competerebbe. È un’invadenza, questa, che lo differisce da ogni altra specie che abiti il ns. Pianeta. Non esiste, infatti, altro essere vivente con un tale e mal celato complesso d’inferiorità verso tutto ciò che lo circonda. E poi, quale altro animale picchia i propri simili per continuare a scavare buchi nelle montagne?

L’altro giorno ero al parco, alla ricerca di un po’ di tregua dal traffico cittadino, quando ad un tratto mi imbattei in un bambino – avrà avuto 6, 7 anni al massimo – che rese vano il mio tentativo di fuggire al caos quotidiano con quest’unica, stridula frase:
“7 Ottobre!”
Poi, un gran boato, che rimbalzava addosso alla vegetazione circostante. Il piccolo, infatti, si divertiva a far scoppiare dei palloncini colorati con le mani e, prima di ogni nuova detonazione, urlava una data a caso:
“20 Marzo!”
Il padre del precoce guerrafondaio se ne stava su una panchina lì accanto, noncurante del gran baccano che questi produceva con le sue manine sante, né del fastidio che procurava alle altre famiglie che in quel momento stavano passando.
Lo vede? – Mi disse compiaciuto il tipo, notando che guardavo la scena incuriosito.
– Tutto suo padre! Gli ho insegnato a memoria le date d’inizio di tutti i conflitti ai quali il suo vecchio ha aderito con onore. Tutte quante. Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia. Da quando gli ho fatto vedere i filmati, poi, ha dato proprio di matto. –
Ma è terribile! – commentai io, allibito.
Sì, lo so – mi rispose lui – ma cosa vuole, son bambini. Non possono ricordarsi proprio tutto. Tra qualche tempo saprà anche anno e orario d’attacco, glielo garantisco. –
Nel frattempo una bambina, che timidamente si era avvicinata, volle giocare anche lei con i palloncini.
“Guarda papà, atto di forza!”
Gridò diabolico il balilla, rivolto al padre, mentre torceva il braccio della sventurata.
Quello scoppiò in una fragorosa risata, salvo poi intimargli di smetterla, ché già si era fatta l’ora di andare.
Anche se scocciato, il bambino obbedì e lasciò il braccio della poverina, che scappò via piangendo.
Prima di andarsene, però, il piccolo portò meticolosamente a termine la missione, finendo gli ultimi palloncini a suon di pestoni.
Quel pezzo di aiuola sembrava un vero campo di battaglia adesso, con quelle zolle di terra smossa e tutti quei resti di gomma inutile e polverosa.
In particolare, m'incuriosiva il fatto che il bambino non avesse la benché minima paura di fronte allo scoppio, così chiesi al padre:
- Come mai ?
Questa volta però non mi rispose. Richiamò il figlio a sé e, tendendolo per mano, si voltò e mi sorrise. Come a dire: gli verrà.

Non è tanto la bestemmia ad essere importante, quanto la completezza di un'opera, che in questo modo viene tagliata per una censura assurda e bigotta .

Che facesse bello o brutto, Christian passava sempre il suo tempo al pontile.
Così si distraeva dal grigiore odierno che si trovava tutt'intorno:
guardando il mare cambiare colore, a secondo dei momenti del giorno.
Christian se ne stava lì, ad osservare i pescatori attraccare, passate le ultime ore di luce.
“Questo pontile non va”, diceva Christian tra sé.
“Prima o poi qualcuno ci cadrà dentro e andrà giù a fondo”.
E infatti ci cadde, il povero Christian, vittima del suo stesso infelice pronostico; un giorno come altri, per caso, mentre era lì a passeggiare, un pezzo di ferro si capovolse sotto il suo peso e il suo corpo paffuto cadde dritto nel mare.
Ma non restò a fondo, no.
Al contrario, per la sua sferica forma, risalì in superficie e per una buona mezz'ora è lì che rimase.
Christian invocava un aiuto a gran voce, vedendo le onde ingrossarsi, sopra e sotto di lui.
Solo che, causa il destino infausto o chicchessia, la sua felpa colorata lo faceva somigliare in tutto e per tutto ad una boa.
I pescatori, che arrivavano al solito orario per attraccare, ebbero l’impressione di udire qualcuno in mezzo al mare, ma si affrettarono comunque ad afferrare quella cosa colorata che somigliava ad una boa, assicurandola alla barca, con un rapido giro di prua.
A quel punto Christian non respirava più bene, con tutta quella corda a stringergli il collo.
In compenso, però, gli riusciva ancora di apprezzare le sfumature dell’acqua, che, calda e salata, gli riempiva il naso, le orecchie, la bocca.
All'ultimo gli parve di sentire la voce di sua madre che, come bollicine, pronunciava parole sempre più fievoli e lontane; gli parve addirittura di vederla, un attimo prima d'affogare, rivolgersi ai pescatori con fare gentile e domandare:
“Avete pesce da arrostire?”

[Ricordando che, dopo tutto, tenere una specie di diario personale può essere importante, quantomeno per conoscersi].
E tutto questo, che non è più il mio mondo.


Continuate pure così.
A fare le cose che fate di solito. A bere vino sventato, a calcolare le probabilità, ad aspettare.
Oppure a scrivere di bei colori e del cambio di stagione.
Continuate a stare sui libri, a lavorare, a non preoccuparvi.
Io passo.
Quelli come me sono stati abortiti dalla politica, ogni qualvolta la sopravvivenza dei suoi fautori è stata messa al primo posto a scapito dei cittadini.
Nel mio indice di scoperta, la fotografia non è collocata esattamente all’ultimo posto.
Avevo una Polaroid alle elementari - gigantesca - che però usavo solo per far figura con i compagni; non è che ne capissi ancora il potenziale. Molto più tardi mi sono deciso ad esplorarne le qualità e ad oggi, nonostante studi intrapresi in questa direzione, non ne ho compreso a pieno tutti gli aspetti. Della fotografia in genere, non della Polaroid. Il che mi spinge a riportare la storia (vera o inventata, non lo so) di una donna che sicuramente se ne intende più di me, per raccontare come concepisco questo incredibile contenitore d’intenti.
Annie era una ragazza a dir poco curiosa. I suoi occhi erano schiavi della voglia di guardare. Per questo si era munita di un terzo, meccanico, all’altezza delle mani, con il quale riuscì ad avere il controllo totale. Era lei finalmente a decidere l’inclinazione da dare, quanta luce far passare, quanto tempo aperto dovesse rimanere.
Ai suoi tempi era diverso, certo. Rullino, camera oscura, messa a fuoco manuale. Ma Annie non era, in questo senso, una “purista”; se avesse saputo che un giorno avrebbe potuto scattare una foto con una semplice funzione del cellulare, ne sarebbe stata sicuramente entusiasta. Alla fine dipende dall’uso che ne fai, da quale effetto vuoi ottenere e, soprattutto, da cosa vuoi rappresentare. Comunque, grazie a questo mezzo, Annie riuscì ad impressionare, non poco, i suoi, di occhi e anche quelli degli altri. Personaggi famosi, come quella celebre rockstar sdraiata e abbracciata al suo amore, ma anche semplici membri della sua famiglia, tutti passati singolarmente dal suo obiettivo per essere poi osservati in tutto il mondo. Sotto quest’aspetto ha rappresentato lo strumento più democratico da utilizzare. Poi si sa: nel caso tu non sappia fotografare, che tu sia un uomo o una donna, ti basta mostrare un paio di tette per essere comunque apprezzato. Annie l’aveva capito e forse anche per questo s’era messa a fare la fotografa di moda. Per dimostrare che anche i fenomeni possono far tendenza, se lo vogliono. Non solo le “signorine”.
Un maestro che a lei piaceva molto, Cartier Bresson, diceva che “fotografare è porre sulla stessa linea
Gli occhi, la Mente e il Cuore”.
Col discorso non fila molto.
Però.
Aveva ragione.
[Spero a questo punto di non avervi tediato oltremodo; sperando di non essere stato assolutamente esauriente, ma il più possibile parziale, perché ogni cosa ha l’importanza del pensiero a cui è associata e con questo non intendo dire proprio niente, qui la chiudo e mi ritiro]
Non ho molto da dire in proposito.
Secondo illustri pareri, il cinema ricopre il settimo posto nell’elenco delle arti visive, in quanto racchiude in sé tutte quelle precedentemente annoverate dall’uomo. La più grande cazzata mai detta, a mio avviso.
Il cinema possiede un suo linguaggio distinto, coi suoi ritmi e le sue regole, che a volte richiede tempo per essere assimilato e al quale in ogni caso si finisce per adeguarsi. Come mezzo di espressione non ha mai smesso di innovare e reinventarsi, sopravvivendo ai palinsesti tv, all’home video, allo streaming della rete. Sarà anche per questo che il cinema, quello buono almeno, riesce ancora oggi a stupire e divertire, promotore di un linguaggio che, appunto, non si è mai limitato alla semplice riproduzione del movimento e che spesso ha influenzato i costumi di intere generazioni.
Dopo un’indigestione per la troppa celluloide è probabile però che tu non riesca più a tornare indietro (specie se hai guardato troppi David Lynch). Da quel momento sarai irrimediabilmente malato, praticamente un maniaco, ogni immagine da te osservata assumerà un taglio cinematografico, come piccoli fotogrammi di ogni giorno, niente di più lontano dalla realtà. Scena: stai andando a pisciare, camera a mano; soggettiva sulla ceramica mentre le prime gocce, scandite dalle note di un’azzeccata colonna sonora, cominciano a scendere. Solo che la camera non c’è, è tutto nella tua testa. Sei perduto, ormai non hai scampo, arrivi persino ad immaginare delle sequenze precise per ogni persona che incontri in strada. Dove vanno, cosa si dicono, perché lo fanno.
“Il grande imbroglio”
come lo chiamava qualcuno. Infatti sei comunque tu a decidere quale parte mostrare e quale nascondere, cosa raccontare e cosa tagliare. E proprio qui sta il punto.
Il cinema non ha mai avuto bisogno, per così dire, di una visione d’insieme; differendosi moltissimo, in questo senso, dal teatro, che invece è comunque costretto a rappresentare alcuni aspetti che risultino a tutti familiari. Mentre quando vai al cinema semplicemente ti siedi e guardi. Se ti piace bene, altrimenti puoi sempre lanciare i pop-corn alle file davanti.
In fin dei conti potrebbe incarnare la negazione dell’oggettività: una visione unica e riservata del regista, che non contempla necessariamente la reazione del suo pubblico.
Ecco perché non capisco quando un film riporta la dicitura “per tutti”.
Alcuni cineasti, sbattendosene di questo aspetto così caro al botteghino, hanno dato vita a dei veri e propri capolavori. Gli altri hanno continuato a confezionare panettoni farciti.
Molte volte un capolavoro non riesci ad apprezzarlo subito. Come un vecchio amico che ha riempito i tuoi pomeriggi infantili e che anni dopo riscopri e riconosci con occhi diversi, magari più critici. Ecco che scocca la scintilla ed è amore per sempre (nonché una palata di citazioni).
La ripetizione di dialoghi inventati, il meccanismo impossibile, la situazione che non può verificarsi; forse si tratta solamente di questo. Finzione. A volte ben più plausibile della vita vera.
È tutto, per ora.
[L'ultima puntata venerdì prossimo, più o meno a quest'ora]
Intesa come letteratura, certo. Considerata da alcuni persino un dono, quella della parola è una storia strana.
Le parole possono essere pericolose, specie se dette a sproposito. Quando una parola è scritta, però, non è che tu la prendi e la butti via così, come se stessi parlando. No; prima la mastichi un po’, ci rimugini sopra, e solo quando ti sembra adeguata la sistemi sul foglio, in modo che faccia la sua porca figura. Ecco che, insieme alle altre, questo magnifico insieme, ‘sto paroliere, si mette in moto, creando un ritmo tutto suo, una musicalità, insomma. Tu non puoi niente, anzi capitano quelle volte in cui proprio non riesci a fermarti. Le tue dita diventano un semplice complemento al servizio del testo, come se si stesse generando da sé.
Mille aneddoti come questo non servirebbero a rendere chiaro perché ci si innamori della letteratura. Non credo sia tanto una questione di cultura, che detta così sembra qualcosa a sé stante, di passato e dimenticato sotto un metro di polvere.
Son piaceri sottili, che nascono da soli, molto lontano dai banchi di scuola. Certe cose non si imparano, mica è come andare in bicicletta. Alla fine leggere piace o no. Si vive lo stesso anche senza. Sono convinto però che esistano parole troppo belle per essere espresse con la bocca; andrebbero subito perse in una folata di vento, nel latrato di un cane oppure, se piove ed è autunno, confuse per terra in mezzo alle foglie umide. Per questo ogni tanto si sente il bisogno di scrivere: non perché sia un gesto “alto” o nobile, ma per il semplice fatto che ci sono cose che proprio non avrebbero senso, riferite a voce.
Ma allora ogni parola, basta che sia scritta, può essere considerata automaticamente letteratura? Anche, che so, le insegne dei negozi, chè stanno lì in alto e tu, passando, le leggi (magari ad alta voce); sono letteratura anche quelle?
Proviamo: MERCATONE UNO.
Hm, non proprio. Però cerchiamo di vederla in maniera creativa. Prendiamo una locuzione verbale semplicissima, da tipico caso d'interrogazione alla lavagna:
Francesco mangia la mela
Nessuna emozione, nessuna armonia, calma piatta. Eppure, se si prova ad invertirne il senso, possono venir fuori delle soluzioni interessanti. Ad esempio:
Mangia la mela Francesco
Che suona un po’ come un imperativo, tipo il padre di Francesco che sta intimando al figlio di terminare il pranzo perché è tardi e poi deve sparecchiare. O ancora:
Francesco la mela mangia
Il che è veramente ambiguo, perché non si capisce bene se la frase sia pronunciata dal maestro Yoda o se questa volta sia Francesco ad essere mangiato.
Con questo non intendo dire che leggere sia il “cibo” di qualcosa; a proposito, dopo quella pubblicità del consiglio dei ministri, nella quale ricche signore si passano un libro di mano in mano mentre prendono il sole in un giardino vittoriano, pare che un barbone abbia cercato di far passare un’intera edizione dei Promessi Sposi attraverso l’orifizio anale di un’ignara donna sulla sessantina mentre usciva dal supermercato (il Mercatone Uno).
Visto come si può cadere in fraintendimenti, a causa delle parole? In questi casi un’azione decisa risolve tutto in poco tempo.
Più o meno come me adesso, che prendo queste righe e clicco su “pubblica post”.
Sono vostre.